Il Racconto dell’Ancella: recensione del libro di Margaret Atwood
Buongiorno cuplovers, finalmente ce l’ho fatta. Ho letto “Il Racconto dell’Ancella“, un libro che era nella mia lista da parecchio tempo e che aspettavo con tantissima curiosità. Avevo delle aspettative molto alte e, per una volta, posso dirlo senza esitazione: non sono state affatto deluse. Anzi, forse Atwood è riuscita a sorprendermi ancora più di quanto pensassi.
Strega ha visto la serie tv e trovate la recensione dell’ultima stagione qui
Nel piattino abbiamo

Il Racconto dell’Ancella
(The Handmaids Tale)
di Margaret Atwood
Edito da Ponte alle Grazie (27 giugno 2019)
Pagine 400
€ 19,00 cartaceo – € 9,99 ebook
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TRAMA DELL’EDITORE
In un mondo devastato dalle radiazioni atomiche, gli Stati Uniti sono divenuti uno Stato totalitario, basato sul controllo del corpo femminile. Offred, la donna che appartiene a Fred, ha solo un compito nella neonata Repubblica di Gilead: garantire una discendenza alla élite dominante. Il regime monoteocratico di questa società del futuro, infatti, è fondato sullo sfruttamento delle cosiddette Ancelle, le uniche donne che dopo la catastrofe sono ancora in grado di procreare. Ma anche lo Stato più repressivo non riesce a schiacciare i desideri e da questo dipenderà la possibilità e, forse, il successo di una ribellione. Mito, metafora e storia si fondono per sferrare una satira energica contro i regimi totalitari. Ma non solo: c’è anche la volontà di colpire, con tagliente ironia, il cuore di una società meschinamente puritana che, dietro il paravento di tabù istituzionali, fonda la sua legge brutale sull’intreccio tra sessualità e politica. Quello che l’Ancella racconta sta in un tempo di là da venire, ma interpella fortemente il presente.

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Ogni sera quando vado a letto penso: domani mattina mi sveglierò in casa mia e tutto tornerà com’era. Non è stato così neppure stamattina.
Il racconto dell’ancella è uno di quei romanzi che non si limitano a raccontarti una storia, ma ti fanno entrare in un mondo talmente inquietante da chiederti, a un certo punto, quanto sia davvero lontano dal nostro.
Siamo a Gilead, una società nata dalle ceneri degli Stati Uniti e governata da una teocrazia totalitaria e patriarcale. Le nascite sono crollate a causa dell’inquinamento e le poche donne ancora fertili sono diventate una risorsa da controllare e sfruttare.
E qui arriva la parte più agghiacciante.
A Gilead le donne non sono più persone libere, ma vengono divise in categorie e a ognuna viene assegnato un ruolo.
Le Ancelle sono le donne fertili e vengono utilizzate per concepire i figli dei Comandanti. Le Mogli, appartenenti all’élite, sono destinate a crescere quei bambini. Le Zie hanno il compito di indottrinare e sorvegliare le Ancelle, mentre le Marta si occupano dei lavori domestici.
E, naturalmente, ogni tentativo di ribellione viene represso.
Gli Occhi, la polizia segreta del regime, possono essere ovunque. Gli Angeli sono invece l’esercito. Nessuno sa di chi potersi fidare e anche una parola sbagliata può avere conseguenze terribili.

In questo mondo conosciamo Difred. O meglio, conosciamo una donna a cui è stato tolto persino il nome.
“Difred” significa letteralmente “di Fred”, perché Fred è il Comandante a cui appartiene. Il suo vero nome non ci viene mai detto. Ed è forse uno degli aspetti più significativi del romanzo: Gilead non vuole soltanto controllare il corpo delle donne, vuole cancellarne l’identità.
Difred però continua a ricordare.
Ricorda suo marito. Ricorda sua figlia. Ricorda il suo lavoro, la sua casa, la sua vita di prima. Ricorda quando poteva scegliere, leggere, lavorare, avere del denaro, uscire liberamente. Ed è proprio attraverso questi ricordi che la storia prende forma.
Il romanzo alterna continuamente passato e presente e noi scopriamo poco alla volta cosa è successo a Difred e come il mondo che conosceva sia stato trasformato in Gilead. E questa è una delle cose che ho apprezzato di più.
Atwood non ci racconta tutto subito. Ci lascia dei frammenti, dei ricordi, delle informazioni che arrivano lentamente. E più comprendiamo cosa è successo, più ci rendiamo conto di quanto sia terrificante la situazione in cui si trova la protagonista.
Ma Difred non si arrende.
Non è una supereroina e non è nemmeno una protagonista sempre forte e sicura di sé. Ha paura, è fragile, a volte è confusa. Ma continua a cercare piccoli spazi di libertà. La sua resilienza è il cuore di tutto il romanzo. Anche quando non può ribellarsi apertamente, resiste attraverso i ricordi, i pensieri, le parole e i legami che riesce a creare. Ed è così che entra in scena anche Mayday, una rete clandestina di resistenza contro Gilead.
Poi ci sono i due uomini che hanno un ruolo importante nella sua storia: il Comandante e Nick.
Il rapporto con il Comandante è qualcosa di strano e ambiguo. Dovrebbe esistere esclusivamente per uno scopo preciso: la famosa Cerimonia mensile per cercare di concepire un figlio, sempre alla presenza della Moglie. E invece il Comandante, incuriosito dalla sua Ancella, comincia a cercarla anche al di fuori di quei momenti. Vuole parlare con lei, conoscerla, trascorrere del tempo insieme. Un rapporto che nasce dalla trasgressione delle regole, ma che rimane comunque profondamente segnato dalla posizione di potere che lui occupa.
Con Nick, invece, tutto cambia. Il loro rapporto nasce in clandestinità e diventa qualcosa di più profondo. Per Difred rappresenta un legame autentico, qualcosa che appartiene finalmente a lei e che Gilead non dovrebbe poter controllare. E forse è proprio questo che rende il loro rapporto così importante. L’amore, in un mondo in cui tutto è imposto, diventa una forma di libertà.
La storia procede senza bisogno di grandi colpi di scena continui. Gli eventi, però, diventano sempre più significativi e la tensione cresce lentamente fino a trasformarsi in qualcosa di quasi insopportabile.
E poi c’è Gilead. Credo che sia impossibile non rimanere colpiti dalla costruzione di questo mondo. È distopico, sì, ma la cosa davvero inquietante, è che non sembra completamente impossibile. Atwood prende paure, dinamiche di potere e ingiustizie già presenti nella nostra società e le porta all’estremo. Ed è questo che rende il libro così disturbante.
Non è soltanto una storia su un futuro terribile. È anche un monito su quanto sia facile dare per scontate libertà e diritti che, una volta persi, potrebbero essere difficilissimi da riconquistare.
È un romanzo crudo, duro, claustrofobico e a tratti doloroso, ma allo stesso tempo pieno di umanità. E soprattutto è un libro sulla resistenza. Sul ricordare chi siamo quando qualcuno cerca di dirci chi dobbiamo essere. Sul cercare una via d’uscita anche quando sembra non esserci. Sul continuare a sperare.
Sono davvero felice di aver finalmente letto questo libro. Era nella mia lista da troppo tempo e, alla fine, si è rivelato esattamente quel tipo di lettura che speravo fosse: una storia che ti coinvolge mentre la leggi, ma che continua a rimanerti dentro anche dopo averla finita. E sì, lo ammetto: avrei dovuto leggerlo molto prima.





