Vogliamo parlare delle nuove copertine di Stephen King fatte con l’IA?!

Il dibattito che è recentemente scoppiato tra lettori, grafici e appassionati di Stephen King sulle nuove copertine dell’autore pubblicate dalla casa editrice Sperling & Kupfer era inevitabile. La scelta di realizzare le nuove edizioni con l’ausilio dell’intelligenza artificiale ha attirato molte critiche — non tanto per la scelta in sé di “modernizzare” i volumi, quanto per come è stata realizzata questa operazione. Già l’uso dell’IA ha generato mal contento per il mero utilizzo, la cosa è stata poi aggravata ulteriormente dalla mal gestione dello strumento. Preciso, a onor del vero, di non aver trovato nessuna dichiarazione della casa editrice di utilizzo dell’IA (seppur credo che debba essere dichiarata per legge), ma a commento di questo vi lascio una frase che ho trovato in rete dedicata a una delle copertine che trovo assolutamente calzante:

“Se non è generata dall’IA è una coincidenza davvero spaventosa.”

Ma fatemi andare con ordine, partiamo col dire che il lavoro è stato gestito da grafici in quanto nella terza di copertina c’è una voce dedicata a loro, quindi si suppone che un loro intervento in qualche modo e maniera ci sia stato… il problema più grande è che questo “intervento” non si vede.

copertine di Stephen King presumibilmene generate dalla AI è discussione sul blog Le Tazzine di YokoSe da lontano la copertina può risultare quanto meno definita, a un occhio attento da vicino si notano proporzioni strane, composizioni poco coerenti, linee storte o interrotte, dettagli che non si fondono bene tra loro. Non venitemi a dire che chi ha scelto la composizione ha messo volutamente mezza faccia tagliata di Kennedy perché sarebbe da mani nei capelli.
Fatemelo dire da lavoratrice del settore, la sensazione è quella di una generazione automatica poco rifinita, quasi come se si fossero affidati ad una IA gratuita o molto limitata. Ma se si vuole optare per questo tipo di scelta emm a basso costo lo si può pensare al massimo per l’immagine, poi il grafico dovrebbe pensare al resto. Invece il lettering — cioè il modo in cui sono inseriti titolo e autore — appare poco curato, anche il logo della Sperling in alcuni casi appare meno definito: insomma sembra tutto generato o adattato dall’IA stessa, e si nota. Della serie, l’AI produce una proposta e buona la prima.

A questi problemi si aggiunge una questione di scelte di soggetto e composizione: molte copertine sembrano scollegate dai contenuti reali dei romanzi. In alcuni casi, si ha l’impressione che le immagini siano generiche o addirittura fuorvianti rispetto al tono e all’atmosfera dei libri. Questo porta a un risultato finale che, più che evocare il mondo narrativo di King, sembra voler solo “fare scena” — e nemmeno troppo bene. Vi lascio anche qui il commento più frequente che ho trovato in rete:

“La copertina di Pet Sematary sembra quella di un romanzo cozy con gatti… roba che non ha nulla a che vedere col tono del libro.”

 

È sicuramente una scelta editoriale che divide. C’è chi dice che la scelta più colorata, stile cartonato, e deciasamente distante dal tenore dei libri di King, sia stata fatta per far approcciare meglio i romanzi dell’autore a un pubblico più giovane. Il sospetto che invece si tratti di un modo per risparmiare, sacrificando la qualità, è forte. E la sensazione generale è che mancando una vera rifinitura artistica, il risultato finale sia molto al di sotto delle aspettative, soprattutto per un autore iconico come Stephen King.

Eppure le copertine contano quando si parla di acquisto, l’editore dovrebbe ben saperlo. Sono il biglietto da visita del libro, la prima impressione che arriva in libreria o su uno store online. E nel caso di un autore come King, ci si aspetta una cura all’altezza della sua eredità. Usare l’IA non è un crimine — se viene impiegata bene, come strumento nelle mani di un creativo. Ma qui, purtroppo, il risultato parla da sé: copertine fredde, imprecise, visivamente confuse e carenti di quel tocco umano che fa la differenza.

Se questa è la nuova immagine dell’horror, beh… fa paura, sì. Ma non nel senso giusto.

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