Intervista a Sofia Domino

Per la nostra rubrica “una bevuta in compagnia” abbiamo il piacere di ospitare Sofia Domino, autrice del libro “Quando dal cielo cadevano le stelle.” [qui la mia recensione del libro]

    Intervista a Sofia Domino A CURA DI STREGA DEL CREPUSCOLO
    Quando dal cielo cadevano le stelle- le tazzine di YokoCiao Sofia, ti do il benvenuto nel blog delle tazzine, posso offriti qualcosa? Un caffè o una tazza di thè? Gradisci qualche biscotto?
    Grazie per la bella accoglienza e per avermi ospitato nel blog delle tazzine!

  • Prima di tutto ti chiedo di presentarti ai nostri lettori: parlami un po’ di te.
  • Mi chiamo Sofia, ho ventisei anni e una grande passione per la scrittura. Adoro viaggiare, sono andata numerose volte negli Stati Uniti, in Francia, in Spagna, in Inghilterra e ho visitato tante città italiane. Ho molti hobby tra cui leggere, ascoltare della bella musica, fare delle lunghe passeggiate, andare sulla spiaggia, ammirare la natura e, naturalmente, adoro passare il tempo con la mia famiglia, specialmente con mia sorella Rebecca.

  • Da quanto tempo scrivi?
  • Ricordo di aver scritto il primo racconto all’età di sette anni, anche se si trattò di un racconto brevissimo e ricordo anche quando, a quattro – cinque anni, vedevo Rebecca scrivere (mia sorella è più grande di me di tre anni) e lei mi promise che, non appena fossi andata a scuola, mi avrebbe aiutato a migliorare a scrivere e mi avrebbe insegnato come impugnare bene la penna… Da bambina scrivevo i miei racconti su dei quaderni, poi sono passata alla macchina per scrivere e adesso non potrei separarmi dal mio computer. Scrivo giornalmente, anche per tenermi allenata, e diminuisco i ritmi solo quando, come in questo caso, sono impegnata con la promozione di un libro.

  • Quando è com’è nata l’idea di scrivere “Quando dal cielo cadevano le stelle”?
  • una bevuta in compagnia sul blog letterario de le tazzine di yoko - interviste
    L’idea di scrivere “Quando dal cielo cadevano le stelle” è nata un po’ di tempo fa, perché poi, prima di pubblicare il romanzo, mi sono dovuta dedicare per un lungo periodo alla ricerca d’informazioni e testimonianze, ho dovuto scrivere il testo e ho dovuto fare varie fasi di editing. Com’è nata l’idea? Che bella domanda, sei la prima che me lo chiede. Ho sempre letto libri sulla Shoah e questo è sempre stato un argomento che mi stava a cuore, ma ricordo che, un giorno, vidi un volantino intitolato “I bambini della Shoah”: si trattava di uno spettacolo teatrale ma per tutto il giorno non riuscii a togliermi dalla testa quel titolo e la Shoah, così capii che per me, ormai, era arrivato il momento di scrivere un libro su questo tema. Ho scritto “Quando dal cielo cadevano le stelle” principalmente per me, perché non credevo che poi lo avrei fatto uscire, solo rileggendolo ho capito che mi sarebbe piaciuto che questa storia fosse letta. Inoltre, durante le mie letture di libri di altri autori sul tema della Shoah – nazismo, pochissime volte mi sono imbattuta in romanzi (no testimonianze) in cui la protagonista, una semplice ragazzina, viene internata ad Auschwitz. Il mio libro, infatti, non si ferma davanti al filo spinato, ma in “Quando dal cielo cadevano le stelle” il lettore si trova a sua volta rinchiuso ad Auschwitz – Birkenau, dove c’era la neve, le SS, il periodo di quarantena, le baracche, il duro lavoro e quelle terribili ciminiere…

  • Non sei la sola scrittrice in casa, (anche la sorella di Sofia ama scrivere) com’è avere una sorella con cui condividere questa passione? Vi scambiate dei consigli?
  • È meraviglioso condividere questa passione con mia sorella Rebecca! Delle volte la gente ci chiede se siamo gelose l’una dell’altra e la risposta è sempre no. Perché dovrei essere gelosa – invidiosa di mia sorella? Eventualmente, se lei riceve un successo che io non ricevo, sono contenta per lei e viceversa! Lo stesso vale in questo periodo di promozione. Ad esempio ogni volta che esce una segnalazione o una recensione di uno dei due romanzi (Rebecca è autrice de “La mia amica ebrea”) l’altra le legge sempre. Sì, ci scambiamo consigli e delle volte facciamo delle vere e lunghe chiacchierate sulla svolta della trama di un libro cercando di darci validi suggerimenti… Per quanto riguarda “Quando dal cielo cadevano le stelle”, anche Rebecca si è occupata di una delle fasi di editing e mi ha sempre fatto capire il suo supporto per questo libro. È molto importante sapere che mi supporta, perché so che se un mio libro non le piacesse me lo direbbe, ed io farei lo stesso con lei.

  • Quali sono i tuoi libri preferiti?
  • Non ho un vero e proprio libro preferito, ma ai posti alti della mia lista ci sono “Il diario di Anna Frank”, “Vendute” di Zana Muhsen e “La bambinaia francese” di Bianca Pitzorno. Adoro leggere e credo che da un libro una persona possa imparare molto, ma sono una lettrice molto esigente. Non mi piacciono racconti banali o storie scritte solo per cercare il successo. In un libro cerco la passione dello scrittore, cerco dei messaggi, cerco la forza… In “Il diario di Anna Frank” la forza di Anna è sorprendente, così come la sua positività e il suo modo di vedere il mondo, al quale mi sento molto vicina. In “Vendute” di Zana Muhsen (che per chi non conoscesse il libro racconta la storia vera di due sorelle inglesi di origini yemenite, Zana e Nadia, vendute in sposa dal padre in Yemen) il lettore vive al fianco della protagonista Zana tutta la sua frustrazione, rabbia e disperazione nello scoprire di essere stata venduta ed è meraviglioso scoprire quanto sia invincibile la forza umana e quanto sia profondo il rapporto tra sorelle, proprio come quello mio e di Rebecca. Infine, trovo molto interessanti i libri di Bianca Pitzorno perché il suo stile di scrittura è semplice ma vendute di zana muhsen-le tazzine di yokod’effetto, le sue protagoniste sono sempre forti e intelligenti e, inoltre, in quasi tutti i suoi libri aggiunge del mistery, ingrediente che adoro.

  • Ti faccio ancora i miei complimenti per l’accuratezza storica del romanzo. Quanto tempo ci è voluto per documentarti e, dove hai trovato tutti i dati di cui hai avuto bisogno per scrivere il libro?
  • Grazie per le tue bellissime parole. Prima di scrivere “Quando dal cielo cadevano le stelle” mi sono documentata molto sperando di non aver fatto alcun errore – storico politico. Ho letto numerosi libri  sulla Seconda Guerra Mondiale,  che descrivevano minuziosamente i campi di concentramento. Ho guardato film e documentari, ho letto testimonianze, ho guardato immagini e a Londra sono andata al Museo Imperiale della Guerra, dove ho visitato più di una volta l’ala dedicata all’Olocausto. Mi sono soffermata sulle varie ricostruzioni, sulle fotografie di tutte quelle persone che hanno perduto la vita durante il nazismo, ho ascoltato le varie testimonianze e, naturalmente, mi sono fermata a lungo davanti a una vetrata dietro la quale sono state esposte le divise delle SS, le casacche a strisce dei deportati e infinite scarpe gettate a casaccio. Naturalmente, “Quando dal cielo cadevano le stelle” è in primo luogo un romanzo, quindi i vari approfondimenti storici accompagnano un racconto, ma ho cercato di riportare ogni cosa che succedeva nel 1943 e poi negli anni successivi affinché i lettori possano anche imparare dal mio libro. Alcune volte, ad esempio, ho arricchito il tutto con delle note a piè di pagina per aiutare il lettore in alcune possibili lacune storiche e politiche. Ho svolto numerose ricerche prima di scrivere il mio romanzo anche perché volevo che potesse avvicinarsi il più possibile alla realtà. Ho anche ascoltato gli anziani del paese in cui vivo che mi hanno raccontato le loro esperienze durante la guerra, ma sfortunatamente non conosco nessuna famiglia di ebrei che ha vissuto durante la Seconda Guerra Mondiale, quindi mi sono dovuta impegnare ancora di più, ma farlo non è stato assolutamente un peso.

  • Parlami del tuo romanzo.
  • Ho sempre voluto dare una voce a chi non ne ha una e ho sempre voluto parlare del nazismo e della Shoah e l’occasione è arrivata con “Quando dal cielo cadevano le stelle”. La protagonista è Lia Urovitz, una ragazzina di tredici anni romana che affronta la Seconda Guerra Mondiale con la colpa di essere ebrea. Da anni con la sua famiglia è costretta a nascondersi in numerosi rifugi e, nonostante la paura e la tensione, tutto va relativamente bene. Va relativamente bene fino al 16 ottobre 1943, quando la Gestapo rastrella il ghetto ebraico di Roma e Lia e la sua famiglia vengono catturati. Nessuno dice loro dove saranno portati, e solo dopo essere stati stipati su un carro bestiame scopriranno che saranno deportati in un campo di lavoro chiamato Auschwitz.

    Prima di scrivere “Quando dal cielo cadevano le stelle” mi sono chiesta: che cosa significava essere ebrei durante la Seconda Guerra Mondiale? Che cosa significava perdere ogni sicurezza, perdere tutto e tutti? So che ci sono molti libri – romanzi – testimonianze che trattano il tema della Shoah, ma credo che non saranno mai abbastanza. Con “Quando dal cielo cadevano le stelle” ho voluto parlare di una ragazzina come tutte, che però perde la dignità, la libertà. Il nome. Ho voluto parlare della Shoah e del nazismo non per scrivere della morte, al contrario, per scrivere della speranza, per scrivere del dono più bello che ci è stato regalato; la vita.

  • Quali emozioni hai provato mentre scrivevi il libro?
  • Ho provato numerose emozioni. Scrivere della Shoah non è semplice, ma sicuramente per uno scrittore è anche molto stimolante. Scrivere di emozioni belle e dolorose, o dolorosamente belle, è qualcosa di unico. Per me, ogni volta che scrivo un libro “lascio il computer alla mia protagonista” e in questo caso è stata Lia a scrivere “Quando dal cielo cadevano le stelle”. Al suo fianco, però, ho vissuto numerose emozioni, principalmente la speranza e la frustrazione. La speranza di uscire dai vari rifugi, di sentire di nuovo un alito di vento sul viso, di vedere la fine della guerra. La frustrazione di essere tagliata fuori dal mondo, di non poter far niente per curare la nonna malata, di non poter parlare ad alta voce, ridere, correre, fare degli scherzi… Naturalmente, però, ho provato anche tanta tristezza nel pensare che una semplice ragazzina come Lia (che rappresenta tutti quegli ebrei che hanno sofferto durante il nazismo) d’improvviso sia costretta a perdere tutto e sia rinchiusa ad Auschwitz – Birkenau. È stato straziante scrivere delle varie punizioni e della cattiveria delle SS, ma sapevo che volevo scrivere un romanzo che si avvicinasse il più possibile alla realtà. Dunque, scrivendo “Quando dal cielo cadevano le stelle” ho provato speranza, frustrazione, rabbia, tristezza ma anche coraggio e tanto amore per la vita.

  • La protagonista è una ragazzina di nome Lia che, nonostante tutto quello che le succede, non perde mai la speranza: parlami di lei.
  • Lia, tredici anni, da anni è costretta a nascondersi con la sua famiglia per sfuggire alle leggi razziali. Mussolini vorrebbe che tutti gli stella-le tazzine di Yokoebrei lasciassero l’Italia e, nonostante nel luglio del ’43 (quando comincia il romanzo) l’Italia fosse ancora alleata con la Germania, molti ebrei decisero comunque di nascondersi, mentre altri lasciarono il Paese oppure provarono a non cambiare il loro stile di vita. Lia è una ragazzina grata, felice di essere al sicuro in quella cantina che è divenuta la sua nuova casa, e prova molto rispetto per i suoi protettori. Nonostante questa sicurezza, spesso però alza lo sguardo verso la botola d’accesso della cantina perché le manca la vita, le manca il mondo là fuori, le mancano tutte quelle esperienze che una ragazzina di tredici anni dovrebbe vivere. Nonostante la nostalgia della sua vita prima dello scoppio della guerra e dell’arrivo delle leggi razziali, Lia non smette mai di sperare ed è certa che la guerra non vincerà sulla vita. Nei suoi occhi brilla una luce, una luce chiamata vita. Anche quando le cose peggiorano e Lia e la sua famiglia sono costretti a cambiare rifugio, lei non smette di sperare, di credere che presto tornerà la pace. Il suo ottimismo sorprende anche me, perché il personaggio di Lia non è stato deciso prima di scrivere “Quando dal cielo cadevano le stelle”, ma è stato proprio scrivendo il romanzo che ho imparato a conoscerla. Lia ama la vita, e questa sua caratteristica si rispecchia in ogni situazione che vive. È anche una ragazzina molto dolce e scherzosa, che è stata costretta a crescere troppo presto. Naturalmente, come tutti noi, ha anche dei piccoli difetti, ma la sua caratteristica più grande è, appunto, il suo ottimismo. Lia sarà internata ad Auschwitz ma non smetterà di guardare il cielo e di sperare, di sperare che, prima o poi, le stelle non cadranno più dal cielo per finire sulle casacche a strisce dei deportati. Non smetterà di sognare di riunirsi alla sua famiglia, di tornare a Roma, di essere di nuovo libera. Auschwitz, però, riesce a succhiare un po’ di vita da Lia e a tratti, durante il romanzo, la vediamo crollare, la vediamo disperarsi, la vediamo chiedersi se, alla fine, ce la farà o no. Eppure, dentro di lei, dentro al suo cuore, c’è ancora un po’ di quella forza, e nei suoi occhi c’è ancora un po’ di quella luce che le permetterà di fare un passo dopo l’altro, anche nella neve, anche al freddo, anche nella paura, che le permetterà di continuare a sperare, a sorridere. A sognare.

  • Raccontami della famiglia di Lia.
  • Daniele: è il padre di Lia, un uomo deciso ma anche frustrato. Da quando a causa delle leggi razziali ha perduto il suo lavoro come agente di commercio ne soffre molto, anche se cerca di non darlo a vedere. Essendo l’uomo di casa, è colui che prende ogni decisione e che cerca di difendere al meglio la sua famiglia dalla guerra e dai nazisti.

    Giuditta: è la madre di Lia, una donna che, da quando è scoppiata la Seconda Guerra Mondiale, vive nel terrore. Vuole proteggere i suoi figli, ma non si rende conto che con le sue domande e con le sue attenzioni rischia di soffocarli e di allontanarli da lei. È una donna paurosa e un po’ acida e pessimista, ma credo che questi suoi lati negativi siano accentuati dalla presenza della guerra e dal terrore di perdere la sua amata famiglia.

    Myriam: è la nonna di Lia, una figura dolce e molto saggia. Gli occhi di Myriam, come quelli di Lia, brillano di una luce chiamata vita e non c’è un attimo in cui l’anziana donna non perda la sua calma e la sua saggezza. Myriam è un punto fermo per la famiglia Urovitz, specialmente per i più giovani.

    Tommaso: è il fratello maggiore di Lia. Il ragazzo, come Lia, soffre molto a causa di quella separazione dal mondo solo perché ebreo. È innamorato di Mea, una ragazza cristiana, e questo amore è la sua forza, è il punto che, se lo fa soffrire maggiormente poiché a causa delle leggi razziali e successivamente del nazismo Tommaso è obbligato a non frequentare Mea, gli dà anche quella forza di cui ha bisogno per non crollare. Tommaso è molto sensibile e un legame molto forte lo lega a Lia.

    Chalom: è il fratello minore di Lia. Ha cinque anni e come tutti i bambini di quell’età vorrebbe mangiare quando vuole, urlare quando vuole e giocare quando vuole. Ma Chalom vive durante il nazismo e durante la guerra e non può mangiare quando vuole, urlare quando vuole e giocare quando vuole. Capirlo all’età di cinque anni, però, è molto difficile, e nonostante le sfuriate da parte di sua madre, Chalom spesso urla e ride a squarciagola. È un bambino dolce ma anche molto confuso. Non ricorda niente della sua vita prima della guerra, non capisce perché gli ebrei siano odiati e si chiede se dovrà trascorrere il resto della vita in dei nascondigli. Al suo arrivo ad Auschwitz, data la sua innocenza, non può capire che cosa gli succederà.

  • L’amicizia tra Lia e Hadas, nata tramite le lettere che i due ragazzi si scambiano, finisce per diventare un delicato sentimento d’amore. Ti va di raccontarmi qualcosa di loro?
  • Certo. Lia, essendo costretta a nascondersi da anni, non ha mai avuto l’occasione d’innamorarsi. La corrispondenza con Hadas lettera-le tazzine ti yokocomincia come un modo, da parte dei genitori di Lia, d’insegnarle a scrivere a macchina e di farla comunicare con un ragazzo vicino alla sua età. Lentamente, i due, tramite la corrispondenza, si confidano le loro speranze e le loro paure. Conosciamo Hadas e anche lui si rivela un ottimo pensatore e, come Lia, ha grandi sogni. Per un periodo, però, Lia vede Hadas soltanto come un amico, è solo dopo un improvviso cambiamento, quando Lia ha occasione di conoscere Hadas di persona e di trascorrere più tempo con lui e di guardarlo negli occhi, che lentamente capisce di essersi innamorata. E così arrivano i primi baci, le prime incomprensioni, i primi se e le prime riappacificazioni. Ma l’amore di Lia e Hadas è molto particolare, perché ha come sfondo il nazismo e, successivamente, il campo di concentramento di Auschwitz – Birkenau e i due settori in cui le femmine erano severamente divise dai maschi. Nonostante la loro giovane età, l’amore che Lia nutre nei confronti di Hadas è puro e sincero ed è certa che lui sia quello giusto.

  • Hai mai visitato il campo di concentramento di Auschwitz?
  • Sfortunatamente non l’ho ancora visitato, ma credo che lo farò presto. Non riesco a immaginare quel momento, perché sono sicura che sarò travolta da decine di emozioni, ma non posso non andarci. Voglio farlo, e non solo perché ne parlo molto nel mio romanzo, ma perché è un’esperienza che credo che ognuno nella vita dovrebbe fare. Naturalmente, in seguito, conterò di andare anche in altri campi di concentramento. Quando arriverà l’occasione per me di andare a visitare Auschwitz, sicuramente condividerò i miei pensieri con i miei lettori, con la certezza che non riuscirò a dare neanche una risposta a tutti i perché che custodisco nel cuore.

  • Potresti scegliere, per i nostri lettori, una citazione dal tuo libro? Una frase che rappresenti lo spirito del tuo romanzo?
  • Certo. Essendo Lia la protagonista di “Quando dal cielo cadevano le stelle”, trascrivo qua sotto una sua frase, una frase che lei vorrebbe condividere con chiunque.

    La vita è meravigliosa, non smettiamo mai di amarla”.

    Le mie domande finiscono qui. Grazie mille per essere stata nostra “ospite” e per la tua disponibilità. Ti auguro buona fortuna per i tuoi futuri progetti letterari.

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Perchè “le tazzine di Yoko“?

Immagino che prima o poi qualcuno se lo chiederà, e probabilmente ci sarà pure chi darà una spiegazione razionale, ma la verità è che una volta costruito il tutto un nome intelligente era l’unica cosa che veniva a mancare. Pensa di qui, sbatti la testa di là. Non mi veniva in mente un qualcosa che racchiudesse tutte le tematiche che sarei andata a toccare, così mi sono detta: scegliamo qualcosa che non c’entri un tubo! Così sono saltate fuori le tazzine, un oggetto che mi affascina in tutte le sue forme e di cui faccio gran uso del suo contenuto, sia questo tè caffè o cioccolata.

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